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Il papà di Masala a Cubeddu «Vigliacco, dov’è Stefano?»

Drammatico appello al ragazzo accusato degli omicidi insieme a Paolo Pinna In aula anche la madre di Gianluca Monni. Super teste, scontro sulla perizia

NUORO. «Girati, vigliacco. Guardami negli occhi e dimmi dov’è il corpo di mio figlio». È un uomo distrutto dal dolore Marco Masala, il papà di Stefano, il 27enne di Nule ucciso e fatto sparire, secondo l’accusa, da Alberto Cubeddu e da suo cugino Pierpaolo Pinna il 7 maggio 2015, il giorno prima di uccidere a fucilate un altro ragazzo, a Orune: Gianluca Monni, 19 anni appena. E tutto per una banale lite durante una festa, a Orune (dicembre 2014). Paolo Pinna aveva importunato la fidanzatina di Gianluca. Per questo Gianluca e gli amici gli avevano dato “una lezione” e gli avevano portato via anche una pistola: «Tanto non la sai usare». Un affronto che secondo le accuse aveva scatenato la sete di vendetta di Pinna che aveva chiesto aiuto a suo cugino, Alberto Cubeddu, già maggiorenne: uccidiamolo.

Il padre di Stefano. Ieri il papà di Stefano è arrivato puntuale in Tribunale, a Nuoro, insieme al suo avvocato Caterina Zoroddu, per assistere a un incidente probatorio davanti al gip Mauro Pusceddu, l’ultima coda delle indagini preliminari. Il 18 aprile, infatti, inizierà il processo contro Cubeddu (Pinna invece è giudicato dal tribunale dei minorenni di Sassari, perché all’epoca dei fatti aveva 17 anni). Marco Masala è un uomo distrutto. L’unica consolazione sarebbe ritrovare il corpo di suo figlio. Così come aveva implorato, prima di morire, sua moglie, Carmela Dore, la mamma di Stefano. «Che almeno ce lo restituiscano per poterlo piangere», le sue ultime parole. Capelli bianchi e sguardo perso nel vuoto, l’uomo ha avuto il coraggio di entrare in aula per assistere alla deposizione del perito informatico Giancarlo Rosa sull’analisi tecnica di uno dei tre telefonini sequestrati ad Alessandro Taras, il supertestimone che ha ammesso di aver aiutato Cubeddu a incendiare l’ Opel di Stefano, l’auto utilizzata per uccidere Gianluca Monni. Serviva un’auto e una persona sulla quale far ricadere i sospetti: Pinna e Cubeddu hanno pensato a Stefano Masala, 27 anni, un ragazzo buono, ingenuo, sempre disponibile. Per questo ora suo padre non si dà pace. Ieri l’udienza davanti al gip si è svolta a porte chiuse, ma le urla di Marco Masala sono risuonate in tutto il palazzo di giustizia. «Girati, guardami in faccia, che fine hai fatto fare a mio figlio?» ha urlato con tutto il fiato che aveva in gola. Ma Cubeddu non si è mosso. Neanche uno sguardo di pietà verso quel padre che chiede solo una tomba per piangere.

La madre di Gianluca. Oltre al papà di Stefano ieri in tribunale c’era anche la mamma di Gianluca Monni, Rita. Occhiali scuri, sempre accanto ai suoi legali (Rinaldo Lai, Antonello Cao e Margherita Baragliu) non ha pronunciato una parola. «Aspettiamo che inizi il processo – hanno detto i suoi legali – Sarà fatta giustizia, per Gianluca e per Stefano. Gli imputati non hanno alibi». Pinna e Cubeddu sono accusati, entrambi, di duplice omicidio volontario, occultamento di cadavere, rapina e una sfilza di reati minori.

Il super teste. Intanto la difesa di Cubeddu inizia ad affilare le armi. «L’incidente probatorio di oggi è stato decisivo – ha detto uscendo dall’aula uno dei legali del ragazzo, Patrizio Rovelli (l’altro è Mattia Doneddu) – Taras sta mentendo, dall’esame delle celle telefoniche è emerso che non era a Pattada quando è stata incendiata l’auto di Stefano Masala. Il castello indiziario costruito dagli inquirenti non regge». Non la pensano così i legali di Alessandro Taras, Sergio Milia e Maria Claudia Pinna. «Il nostro assistito ha detto la verità, le perizie confermano le dichiarazioni già rese agli inquirenti».

Pubblicato su La Nuova Sardegna