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L’indagine di un detective molto speciale

Domani in edicola “Il terzo suono” di Salvatore Mannuzzu , primo titolo della collana

Rileggere “Il terzo suono” (1995) è un’ottima idea, poiché questo secondo giallo di Salvatore Mannuzzu risulta forse schiacciato dalla fama del primo, “Procedura” (1988). Per il lettore che decida di avvicinarsi per la prima volta a Mannuzzu, si dà invece l’occasione di iniziare da un romanzo che è la sintesi di tutti gli altri, perfetto esempio della scrittura tesissima di uno dei più solidi narratori della letteratura italiana contemporanea.

Il personaggio che dice «io» (il detective) pare infatti la controfigura di quello di “Procedura” (lì era un giudice, qui un poliziotto), mentre molti altri – vittima compresa – sono gli stessi che popolavano “Un morso di formica” (1989), rispetto al quale “Il terzo suono” si propone come una sorta di variazione musicale. I sensi di colpa e le verità strozzate che, specie nell’ambito familiare, regolano i rapporti tra gli esseri umani sono invece il leit motiv dei racconti della “Figlia perduta” (1992). Ma è soprattutto la realtà narrata prismatica e indecifrabile ad accomunare questo romanzo a quelli precedenti e successivi, dalle “Ceneri del Montiferro” (1994, ma scritto nel 1966) al capolavoro “Snuff o l’arte di morire” (2013). Più d’una volta Mannuzzu, scrittore peraltro incline alla reticenza, ha parlato distesamente delle sue preferenze letterarie. Si scopre allora che, accanto a fari della poesia moderna come Eliot e Montale, o ad altri giganti come Cervantes e Shakespeare, il suo appetito di lettore s’è spesso acquietato coi romanzi di genere: fatto evidentemente riflesso nella sua narrativa.

Oreste del Buono, che nel 1988 lesse congiuntamente “Procedura” e “L’oro di Fraus” di Giulio Angioni, ebbe a notare la peculiarità di questi due libri, accomunati da una categoria – “giallo sardo” – da lui ipotizzata in un articolo subito discusso anche su queste pagine, nelle quali intervenne lo stesso Mannuzzu a specificare che nel suo romanzo mancava però quel «percorso logico e necessitato (…) verso una realtà finale» indispensabile al genere. Pressoché ogni suo racconto si basa, o quantomeno prende piede, da un enigma: anche in un romanzo come “Le fate dell’inverno” (2004), che nulla ha a che vedere col genere, tutto parte da un rumore misterioso sul quale il protagonista vorrebbe andare a fondo. In “Procedura” e nel “Terzo suono” tutta la trama si aggira intorno a un’indagine: in tal modo il genere è salvo. Ma Salvatore Mannuzzu è uno scrittore moderno, in ciò tutto novecentesco: e la struttura lo interessa proprio perché gli permette, nello spazio d’infrazione delle sue regole, di indagare enigmi che sono invece irrisolvibili. La detection di “Procedura” era quella di un “delitto impossibile”, come efficacemente sintetizza il titolo del bel film che ne trasse, nel 2000, Antonello Grimaldi: e il vero agente della scoperta, al di là dell’investigatore, è il caso.

Anche “Il terzo suono” è un giallo che possiamo definire “problematico”. Il detective è parente stretto del giudice dell’altro romanzo, che indagava sulla morte per avvelenamento di un collega; svogliato e meteoropatico, spesso estromesso dalla conoscenza di fatti rilevanti o vittima di gravi indiscrezioni, il poliziotto senza nome si trova a indagare sulla morte, alla fine dell’estate, di Piero Weiss, scrittore continentale che ha trascorso una lunga vacanza nella casa al mare del nipote Sergio, in una Sardegna trasfigurata nei nomi ma riconoscibile nel braccio di mare che divide Stintino dall’Asinara. Pochi gli indizi, sciamanti e fatue le chiacchiere dei possibili colpevoli o testimoni: il nipote, la moglie – i primi sospettati – e, soprattutto, il coro dei vacanzieri, conoscenti dello scrittore. Come sempre in Mannuzzu, il termine “vacanza” non rimanda allo svago e al divertimento, ma al vuoto.

Squassato tra le voci dei suoi interlocutori e messo di fronte al rapporto difficile e mai espresso con la figlia, anche lei testimone in quanto amica dell’ambiguo Sergio, il detective si trova a vagare in una specie di inferno terreno, prefigurato dalle fiamme che avevano ingiuriato il corpo della vittima e rafforzato dai segni di un’estate che riaffiora, con quel sole che lo mette di malumore.

E, sullo sfondo, gli stalli di un’indagine che è specchio del caos.

Pubblicato su La Nuova Sardegna