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Bimbo scosso? No, morte per emorragia

Assolto dalla Corte d’Assise il padre del neonato. Era accusato di omicidio preterintenzionale

CAGLIARI. Non è stato il padre, non è stata la sindrome del bimbo scosso a provocare la morte di quel piccolo nato da sedici giorni a Cagliari. L’ha stabilito la Corte d’Assise, che ha assolto perché il fatto non sussiste un cameriere di 43 anni a giudizio per omicidio preterintenzionale - il reato che si realizza quando viene procurata la morte di una persona con atti violenti ma non diretti a provocarla - in accordo con l’accusa sostenuta dal pm Danilo Tronci. A convincere i giudici e il pm è stata la perizia d’ufficio elaborata dagli specialisti dell’ospedale pediatrico Gaslini di Genova, in base alla quale la causa della morte va ricercata «nell’astratta possibilità» che la mancata somministrazione della vitamina K nelle ore successive alla nascita, che avvenne in casa abbia provocato un’emorragia spontanea, sufficiente a spegnere la vita del neonato. Non esiste alcuna certezza scientifica che sia andata così, ma già il fatto che i periti non escludano questa possibilità è sufficiente a mettere in dubbio la tesi accusatoria, il che basta ad assolvere. E’ caduta dunque l’ipotesi che il padre fosse responsabile di aver maneggiato in modo maldestro il corpicino del figlio, fino a provocare un movimento che nella letteratura clinica si identifica nella Sbs - sindrome del bimbo scosso - un atto involontario quanto letale. I periti, esaminate le risultanze dell’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Demontis, hanno accertato che alla nascita del bimbo non era stata presa una precauzione essenziale: la somministrazione di una dose adeguata di vitamina K, utile a prevenire emorragie, piuttosto frequenti nei primi giorni di vita. Il pm Tronci ha preso atto di queste risultanze, sottolineate dal difensore Francesco Marongiu, e nella sua breve requisitoria ha concluso per la richiesta di assoluzione, accolta dalla Corte presieduta da Massimo Poddighe, a latere Giorgio Altieri.

Il fatto al centro del processo risale a giugno del 2013 quando il padre, allarmato da quella che appariva essere una crisi respiratoria, portò il bimbo alla clinica pediatrica Macciotta, dove arrivò privo di vita. Dalla segnalazione dell'ospedale partì l'inchiesta giudiziaria e il primo atto d'indagine fu la perizia autoptica, che attribuì la morte del piccolo alla sindrome da bambino scosso. Il perito della Procura osservò come il bambino non fosse affetto da alcuna patologia che potesse causare la crisi respiratoria denunciata dal padre e neppure soffriva di distacco della retina, ritenuto dagli specialisti uno dei campanelli d'allarme più significativi per la Sbs. Messi insieme i dati, la Procura indagò il padre, il cui nome viene taciuto a tutela degli altri figli minorenni. Il piccolo era nato a fine maggio. La madre aveva scelto di partorire in casa il bambino, che sembrava perfettamente sano. Al sedicesimo giorno dalla nascita il neonato era rimasto solo a casa con il papà, mentre la madre era andata a sbrigare delle commissioni. Stando a quanto dichiarato dall'uomo il bimbo aveva accusato problemi di respirazione. Ma medici e inquirenti avevano avuto il sospetto che quella non fosse una morte in culla. (m.l)

Pubblicato su La Nuova Sardegna