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Il pm: vendetta per il tradimento

Il processo a Giovanni Perria accusato di aver ucciso la moglie Brigitte. La ricostruzione in aula

INVIATO A CAGLIARI. Il passo sempre stentato da uomo provato dall’età, dalla detenzione e, chissà, forse da qualcosa di inconfessato e inconfessabile. Un abbraccio con la figlia Rachele sulla soglia dell’aula, mentre gli agenti di polizia penitenziaria restano accanto a vigilare. Il volto che per tre ore resta quasi inespressivo. Solo in due momenti Giovanni Perria mostra qualche segno di cedimento. Si parla di lui in quell’aula, si parla della moglie Brigitte Pazdernik (77 anni) e del suo assassinio per cui l’imputato è proprio lui, il marito di 78 anni che avrebbe inscenato una fuga improvvisa della donna dalla casa di Narbolia in una notte di pioggia e vento, perfetta per una tragedia. Ma perfetta, o quasi, anche per commettere un omicidio. La certezza è che Brigitte Pazdernik è morta annegata, tutto il resto dovrà essere dimostrato nel processo iniziato ieri in corte d’Assise a Cagliari – presidentessa Tiziana Marogna, giudice a latere Giorgio Altieri –.

L’indagine. La lunga ricostruzione di quei giorni che il pubblico ministero Armando Mammone affida al dirigente della squadra mobile della polizia, Samuele Cabizzosu, inizia dalla sera del 10 ottobre. Per la verità quando la telefonata di Rachele Perria, la figlia della coppia, arriva al 113 la mezzanotte è già passata da 13 minuti, l’omicidio però sarebbe avvenuto circa tre ore prima in casa con un cuscino usato per tentare di soffocarla. La voce è quella di Rachele Perria che spiega all’operatore che la madre è appena scomparsa da casa: l’ha avvisata qualche istante prima il padre e le ha detto di chiamare la polizia per avviare le ricerche. Durano tre giorni, poi il cadavere riaffiora in mare, nelle acque di Su Pallosu. La perizia medico legale stabilirà che è annegata e da quel momento, il sospetto che fosse stato un omicidio, ipotesi che comunque aveva già fatto breccia nelle menti degli inquirenti, è certezza.

Prove e indizi. Ricostruito il quadro entro cui si muovono le indagini, la seconda parte della deposizione, così come quella dell’ispettore di polizia Daniele Serra, si sofferma sugli indizi che per l’accusa sono tanti e portano in una sola direzione, la colpevolezza di Giovanni Perria (difeso dall’avvocato Antonello Spada). Molti di questi si concentrano sull’auto, altri sulla versione che l’imputato fece alla polizia nelle ore successive alla scomparsa. Disse di aver sentito la serranda del garage aprirsi mentre era seduto sul divano e di essere uscito di casa. Una volta fuori avrebbe visto la moglie già in strada che si allontanava – senza occhiali e senza apparecchio acustico, oggetti che portava sempre con sé, ma in ciabatte e vestaglia – e di non essere riuscito a raggiungerla. Il dirigente Cabizzosu ha spiegato che, nei giorni successivi, coi suoi agenti fece una simulazione e ritiene impossibile che Giovanni Perria non sia riuscito a raggiungere la moglie in pochi istanti. Poi c’è l’auto con tutti i misteri che si porta dietro. Nell’abitacolo viene ritrovata sabbia compatibile con quella della spiaggia tra Torre del Pozzo e Is Arenas, luogo che, secondo i consulenti, sarebbe stato quello scelto per gettare la donna ormai tramortita in mare. La Mazda aveva anche una telecamera interna che registrava i viaggi e l’ultimo fotogramma non corrispondeva a quello della conclusione dell’ultimo tragitto segnalato alle 16.30 del 10 ottobre. Per il testimone significa che c’è stato un viaggio non registrato perché l’auto era in una posizione diversa. Infine la benzina. Il consumo di carburante, secondo gli inquirenti, è superiore rispetto a quello previsto dalla strada percorsa indicata nel contachilometri. Lo strumento però, stando a un’ulteriore consulenza, sarebbe stato manomesso: togliendo un fusibile avrebbe smesso di girare cancellando ogni traccia del viaggio.

Pubblicato su La Nuova Sardegna