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«Ergastolo per Cubeddu era a Orune l’8 maggio»

La procura generale chiede la conferma del carcere a vita per il giovane di Ozieri «Ha ucciso Monni e Masala. Quella mattina del 2015 è stato visto e riconosciuto» 

SASSARI. Carcere a vita. È questa, secondo la Procura generale, l’unica condanna possibile per Alberto Cubeddu, il giovane di Ozieri accusato, insieme al cugino Paolo Enrico Pinna, di aver ucciso Gianluca Monni e Stefano Masala. Omicidi premeditati e commessi per vendicare una presunta offesa subita da Pinna a Orune durante una festa di Cortes apertas. Ieri mattina, davanti alla corte d’assise d’appello presieduta da Plinia Azzena, i pg Roberta Pischedda e Paolo De Falco hanno discusso per circa quattro ore.

La Procura generale, ripercorrendo i fatti, ha sottolineato l’importanza dei testimoni. Di chi ha visto e ha parlato. Di chi ha deciso che quelle due vittime meritavano giustizia. E ha scelto di raccontare ciò che accadde la mattina dell’8 maggio a Orune e quello che avvenne dopo, quando i due cugini avrebbero provato a costruirsi un alibi e avrebbero anche incendiato l’Opel Corsa di Stefano Masala a bordo della quale avevano raggiunto Orune. Hanno ricostruito minuziosamente quei momenti. La Pischedda si è concentrata in particolare sul superteste Alessandro Taras, ossia colui che (inconsapevole di tutto) accompagnò Cubeddu nella zona di Pattada dove fu incendiata l’Opel Corsa di Stefano. Nella sua requisitoria ha ripercorso orari, celle telefoniche agganciate, testimonianze, un resoconto puntuale e preciso. Subito dopo ha preso la parola De Falco che ha insistito sulla personalità dell’imputato, a suo dire succube del cugino Paolo Enrico Pinna (già condannato a 20 anni di carcere con sentenza passata in giudicato). A confermare questa sorta di “sottomissione” ci sarebbero, come ha detto il pg, testimoni e conoscenti intercettati.

Paolo De Falco ha quindi ricordato il tentativo dei familiari di Cubeddu di confezionare un alibi mentre circostanze precise dimostrerebbero che la mattina dell’8 maggio 2015 il giovane ozierese era a Orune per assassinare Gianluca Monni. Per un’ora quella macchina di «gente di Nule» fece su e giù per il paese: gli orunesi dovevano notarla perché si sapesse che l’umiliazione subìta da Pinna a Cortes apertas non poteva rimanere impunita. E a questo proposito il pg ha sottolineato che l’imputato fu riconosciuto ben tre volte da una supertestimone che raccontò come il ragazzo che vide a bordo dell’auto a Orune era proprio Cubeddu.

Ieri è stata chiesta la conferma della condanna a due anni anche per Francesco Pinna (difeso dall’avvocato Agostinangelo Marras), zio degli imputati, che avrebbe cercato di intimidire Taras alla vigilia dell’incidente probatorio.

Presenti, come sempre, il padre e la sorella di Stefano Masala. Domani, a Nule, ci sarà una messa in suffragio del giovane e di sua madre Carmela morta il 24 maggio del 2016 proprio negli stessi istanti in cui i carabinieri arrestavano i presunti responsabili dell’omicidio di suo figlio.

Pubblicato su La Nuova Sardegna