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Addio ad Anna Bulgari fu rapita insieme al figlio

La donna aveva 93 anni. La sua famiglia fu tra i pionieri di Porto Rotondo Il sequestro nel 1983 ad Aprilia: per 35 giorni nelle mani dell’Anonima sarda

SASSARI. Madre e figlio con la catena al collo. Lui con una ferita alla tempia destra, lei con la canna di una pistola puntata alla tempia sinistra. È una delle foto simbolo della terribile stagione dei sequestri di persona. Una barbarie che dalla Sardegna era stata esportata anche oltre Tirreno. Era il 19 novembre 1983 quando Anna Bulgari, erede della grande dinastia di gioiellieri, tra i pionieri della primissima Porto Rotondo e morta ieri all’età di 93 anni, fu rapita insieme al figlio Giorgio Calissoni, allora 17enne, nella grande tenuta di famiglia ad Aprilia: 35 giorni nelle mani dei sequestratori, l’amputazione dell’orecchio al figlio, 4 miliardi di lire di riscatto pagato e il rilascio la notte della vigilia di Natale.

Da una prima telefonata alla figlia Laura subito fu chiaro che dietro il rapimento ci fosse una banda di sardi. Per la donna, ai tempi giovane avvocata a New York e incaricata di trattare con i sequestratori, l’accento era inconfondibile. Ma non solo. Parlavano anche di politica, capitalismo. Si nascondevano dietro la sigla Mas, movimento armato sardo, quasi come se le loro azioni facessero parte di una lotta proletaria con finalità politiche, ma nella realtà quei riferimenti alla politica erano solo un paravento e si trattava solo feroci banditi che puntavano ad arricchirsi con la violenza e la privazione della libertà altrui. Nei giorni del sequestro molti sardi residenti tra Lazio e Umbria furono interrogati, messi sotto torchio. Dopo 12 giorni la banda finì in cella. Erano quasi tutti sardi, in più c’era solo un pugliese. Il processo di primo grado si chiuse con otto condanne - di cui due a 30 anni - e diverse assoluzioni. In appello le condanne si ridurranno a tre, seguiranno altre assoluzioni e altre condanne.

Anna Bulgari non ha mai dimenticato quei giorni in mano all’Anonima in un casolare della campagna laziale. La sua famiglia era già stata vittima di sequestri di persona: il cugino Gianni era stato sequestrato nel centro di Roma nel 1975. E quando quel 19 novembre 1983 i banditi in passamontagna bloccarono la donna insieme al marito Franco, generale in pensione, la coppia pensò a uno scherzo. Invece Anna Bulgari e il figlio Giorgio, oggi affermato notaio, furono caricati su un’auto e portati via. Iniziò così il calvario di madre e figlio, le violenze, l’orecchio mozzato, ma anche della famiglia che doveva trattare con i rapitori. In totale solitudine. Ed è proprio questo senso di abbandono da parte delle istituzioni che fu denunciato dalla stessa Anna Bulgari cinque anni fa in una lettera al Corriere della sera. La donna, partendo dalla vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, due volontarie italiane rapite in Siria e liberate dopo il pagamento di un riscatto da parte dello Stato, lamentò la disparità di trattamento tra cittadini, «alcuni di serie A, altri di serie B». Una lettera a cui rispose l’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che da un lato spiegò come l’obiettivo del governo sia sempre quello di riportare a casa gli ostaggi in vita - vedi anche l’ultimo caso di Silvia Romano -, dall’altro spiegò di non poter dare risposte sul sequestro Bulgari, perché avvenuto molti anni prima che lui assumesse ruoli di governo.

Pubblicato su La Nuova Sardegna