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Addio a un grande del giornalismo

Il rigoroso cronista di un sessantennio di storia italiana si è spento ieri all’età di 96 anni 

Era un «omone» Sergio Zavoli – morto ieri a 96 anni – capace di riempire il teleschermo ( o la scena) con un carisma appoggiato alla sua fisicità: le mani grandi e forti che sapevano accarezzare un bambino o incutere timore ad altri uomini fatti, la criniera fattasi bianca e tagliata corta della capigliatura da leone, la voce baritonale che trasmetteva emozioni con una semplice variazione d’accento. Era un uomo diritto Sergio Zavoli, capace di esercitare la dialettica dell’accordo, ma sempre fiero dei suoi principi a cui non derogava anche nelle situazioni più spinose tra politica, cronaca e mestiere. Era un cronista che mai ha saputo rinunciare al vezzo di sentirsi tale anche quando era ormai diventato il principe dei giornalisti radio-televisivi e poi presidente della «sua» Rai e poi uomo politico con 17 anni di militanza come senatore della Repubblica. Ma Sergio Zavoli è stato, prima di tutto, un appassionato cantore dell’Italia che cambiava, in curiosa sintonia con la poetica di Cesare Zavattini, usando quel mezzo (la radio con cui debuttò e poi la tv che seppe trasformare a sua immagine e somiglianza) di cui aveva intuito la potenza fin da giovanissimo e che per tutta la vita ha considerato «cosa pubblica» e quindi dovere etico e civile di onestà del racconto e della testimonianza.

INGRESSO IN RAI NEL 1947

Nato a Ravenna il 21 settembre del 1923, cresciuto a Rimini debuttando a 20 anni come giornalista sul periodico degli universitari mentre il regime fascista ormai traballava, Zavoli entrò nella rinnovata Rai del dopoguerra già nel 1947 facendosi notare per la duttilità da cronista e per la passione per lo sport che nel 1958 gli offrì la prima chance da protagonista: l’ideazione di una rubrica quotidiana, il «Processo alla tappa» che andava a completare le radiocronache del Giro d’Italia. Il modello ideato per la radio divenne fotografia dell’Italia attraversata dai ciclisti con la tv nel 1962 e fin dalla prima puntata il programma ebbe straordinario seguito perché si faceva forza delle piccole storie che fioriscono ogni giorno all’ombra delle imprese dei campioni.

LA FORZA DELLA TV

È lunga la lista delle trasmissioni che hanno fatto di Sergio Zavoli un modello di giornalismo moderno, autentico anchorman in anticipo sui tempi: «Tv7» (il suo gioiello), «A Z», «Nascita di una dittatura», «La notte della Repubblica» (ancora insuperato esempio di inchiesta sul terrorismo e gli anni di piombo), «Viaggio intorno all’uomo», «Viaggio nel Sud», «Nostra padrona televisione», senza citare la direzione del telegiornale e del giornale Radio e soprattutto i due Prix Italia vinti (unico giornalista premiato due volte) con le inchieste «Notturno a Cnosso» del 1954 e il celebrato «Clausura» del 1957 . Ma rispetto a molti suoi colleghi, Zavoli aveva un’idea molto precisa della forza che le immagini potevano imprimere al racconto e all’inchiesta. Se intervistava un politico, uno sportivo, un uomo qualunque o un terrorista, voleva che la telecamera si avvicinasse progressivamente al soggetto per frugare nei suoi lineamenti, per carpirne le reazioni immediate.

METICOLOSA PAZIENZA

Se seguiva un avvenimento voleva che tutta la tecnica disponibile venisse impiegata per rendere il movimento, la fisicità, il punto di vista. Per questo, già ai tempi del «Processo alla tappa», fece ideare tecnologie artigianali che hanno fatto storia: dall’uso del radiotelefono al duplex, dalla cinepresa montata a bordo dell’auto fino al microfono volante. Zavoli scriveva con le immagini, montava con meticolosa pazienza sapendo costruire le emozioni della «diretta» anche quando il servizio era frutto di cesellate rifiniture in moviola. Era giornalista nella innata curiosità delle fonti, nella verifica maniacale dei dettagli, nella guida di una squadra di colleghi che sempre spingeva a superarsi. Per lui l’incipit di una qualsiasi riunione di redazione era sempre quell’«alziamo l’asticella» che spesso è stato un autentico incubo per colleghi e collaboratori.

UOMINI DELLA BASSA

Ma se l’uso della telecamera aveva per lui un piacere quasi da regista (tra i migliori amici ebbe Cesare Zavattini prima e Federico Fellini poi, entrambi uomini della Bassa, di quella Romagna che ha sempre portato nel cuore), altrettanto appassionata era la ricerca sulla lingua, un italiano mai artificioso ma sempre ricercato nella proprietà dell’espressione e nella precisione del sinonimo. Tutte virtù che l’hanno portato a scrivere con crescente passione anche per il libro, per la memoria e la poesia, dallo scandaloso «Socialista di Dio» con cui vinse il Premio Bancarella nel 1981 fino all’autobiografico «Il ragazzo che io fui» del 2011 e che andava a completare un mosaico di esperienze riportate e convinzioni fondate sulla maieutica del dubbio che si compone oggi in oltre cinquanta tra saggi e racconti.

SOCIALISTA DI DIO

Zavoli era un «dominatore» la cui certezza si appoggiava sulla consapevolezza del mestiere e sul piacere di mettersi ogni volta in discussione e in gioco anche nel contrasto tra ricerca della fede e convinzioni profondamente laiche. Fin dal dopoguerra scelse l’impegno politico nella sinistra, avvicinandosi progressivamente al Partito socialista (scelta spesso non facile nella Rai democristiana di Ettore Bernabei) e poi ai Democratici con cui entrerà in Senato nel 2001. In precedenza, per sei anni dal 1980 era stato presidente della Rai formando un singolare quanto perfetto sodalizio col direttore generale Biagio Agnes. Sposato con Rosalba, la compagna di una vita, dopo la morte della moglie nel 2014 aveva sorpreso anche gli amici più cari risposandosi nel 2017 con una collega, Alessandra Chello, giornalista al «Mattino», il quotidiano che aveva avuto Zavoli per direttore nel 1993. La sua carriera è fitta di riconoscimenti, dalla laurea honoris causa a Roma alla presidenza della scuola di giornalismo a Salerno, dalla guida della tv di San Marino al cavalierato della Repubblica.

Pubblicato su La Nuova Sardegna