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La madre dell’ucciso al killer: «Ridammi il corpo di mio figlio»

Marcella Bellisai prepara un nuovo appello a Chi l’ha visto Chiede alla Procura di incontrare l’assassino in carcere

CAGLIARI. Le hanno ucciso il figlio ventiquattrenne, era lo scorso 21 di marzo. Lei sa che è morto poco fuori dal paese dove abitava, Perdaxius. Ma non sa dove sia finito, non c’è una tomba dove piangerlo. Chi gli ha tolto la vita con un colpo di coltello a serramanico è rinchiuso in una cella del carcere di Uta, inchiodato da prove che il gip Giampaolo Casula e il pm Luca Forteleoni considerano schiaccianti. Agli atti dell’inchiesta intercettazioni ambientali inequivocabili. In una di queste l’assassino, formalmente presunto, dice che solo lui sa dove si trova il cadavere e che nessuno potrà mai scoprirlo. Sa dov’è, ma non lo dice. Ha mantenuto il segreto anche quando la madre del ragazzo ha lanciato un appello ai microfoni televisivi di Chi l’ha visto. Sono passati quasi sei mesi e giorno dopo giorno la disperazione di Marcella Bellisai, 48 anni, è divenuta ossessione: quella che attanaglia una madre privata del figlio e anche di ciò che ne resta. Ora questa vicenda tragica e feroce, che ha sullo sfondo la droga e il mercato delle droghe, si apre a un nuovo capitolo: la madre di Fabio Serventi, il ragazzo ucciso, vuole incontrare Andrea Pinna, 34 anni, il tossicodipendente che per la Procura ha commesso il delitto. Marcella Bellisai vuole un faccia a faccia, intende giocarsi in un incontro dalle sfumature drammatiche la speranza di convincere l’assassino a rispettare il suo dolore. Il corpo degli uccisi non si nega neppure nelle guerre più cruente, il corpo dev’essere restituito a chi l’ha amato in vita. La volontà della donna è stata già tradotta in un atto formale, un’istanza firmata dall’avvocato Patrizio Rovelli ora sulla scrivania del procuratore capo Alessandra Pelagatti e del sostituto Forteleoni. La risposta è attesa per le prossime ore, ma se il via libera dei magistrati appare improbabile, alla fine conterebbe la disponibilità del detenuto, che dopo alcune ammissioni ha ritrattato in buona parte i primi verbali per rifugiarsi in una difesa di dubbia consistenza. Rivelare il luogo dove si trova il corpo lo salverebbe dall’imputazione minore, l’occultamento di cadavere. Ma è difficile prevedere, se l’incontro ci sarà, quali saranno i criteri che ispireranno la scelta di Andrea Pinna: l’abisso di dolore in cui è precipitata Marcella Bellisai basterà a smuovere la sua coscienza? O prevarrà la determinazione a negare un omicidio malgrado un quadro di prove che pesa sulla sua testa come un macigno?

Gli ultimi attimi della vita di Fabio Serventi, agricoltore incensurato, sono stati ricostruiti dagli investigatori. Sono le 19.30 del 21 marzo quando il giovane rientra a casa del nonno paterno, dove viveva dall’estate precedente. Sale in camera a fare una doccia, poi il nonno distingue il rumore di un’auto nella via sottostante e lo sente andare via. Non lo rivedrà mai più, perché Fabio scompare e con lui una Vespa 50 che teneva nel cortile sotto casa. I carabinieri lo cercano, sentono i testimoni, il ciclomotore ricompare ed è nelle mani di Andrea Pinna. Affiorano vicende legate al mondo della tossicodipendenza, si scopre che l’amico Pinna aveva venduto la Vespa a un altro giovane. I sospetti si concentrano su di lui, che si difende in modo confuso. Spiega di aver trovato la Vespa abbandonata, i suoi racconti difensivi non convincono. Emerge che Pinna ha raccontato il delitto, dice di averlo fatto per soldi, cinquemila euro, un debito di droga che doveva essere saldato. Nelle conversazioni c’è tutto, anche i dettagli sulla coltellata all’addome (“dal basso verso l’alto”) che ha mandato Fabio Serventi all’altro mondo. Scatta l’arresto per omicidio volontario, porto illegale di coltello e occultamento di cadavere. Il resto della storia sarà scritto nel giudizio, ma nel frattempo c’è un atto non giudiziario da compiere, che potrebbe ridare il corpo di un figlio alla madre e un brandello di umanità a un imputato di omicidio.

Pubblicato su La Nuova Sardegna