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La furia pisana contro la città di Santa Gia

Venerdì in edicola con La Nuova il romanzo di Giulio Angioni “Sulla faccia della terra”

Pubblichiamo l’incipit del romanzo di Giulio Angioni “Sulla faccia della terra”.

* * *di GIULIO ANGIONI

È una parola dire ciò che ricordo io Mannai Murenu di come tutto è stato settant’anni fa.

E tu cerchi ragioni da credere che fra cent’anni, e pure meno, ci sarà chi si imbatta nella nostra vita?

Settant’anni fa. Era un giorno di luglio. Come oggi. Come noi adesso. Non so, non mi ricordo più perché: ma noi quel giorno eravamo convinti che i pisani, stanchi di guerra quanto noi, stavano già togliendo l’assedio rabbioso a Santa Gia nostra benedetta. C’era gente di nuovo per le strade, nelle piazze, a centinaia. Dopo mesi e mesi. Anni, a fare bene i conti.

Quando è scesa la notte, quel giorno di luglio, in pieno buio morte e distruzione hanno levato polvere, fumo, grida, boati. Tutto il nostro mondo si è disfatto.

Sacco e distruzione per tre giorni e tre notti. A cominciare dalle mura. Poi per mesi, per anni. E su tutto il sale. Sale del nostro Stagno. Sotto le macerie delle case, puntigliosamente distrutte, una per una, puntigliosamente i pisani hanno sepolto chi ci era vissuto. A cominciare dal quartiere genovese di Santa Gia. Dovunque vanno i genovesi si fanno un’altra Genova. Molti genovesi ho visto dire addio ai soldi sotterrati sotto l’albero di casa, fissando increduli le mutilazioni proprie e delle cose loro, nel chiarore di luna e degli incendi.

Di tutta Santa Gia, Pisa ha lasciato in piedi solo tre chiese. Sotto le lastre delle gradinate ci hanno seppellito i genovesi ricchi, con vivi che per quelli potevano pagare. Nel prezzo c’era pure calpestare i loro morti, su e giù per la chiesa.

Ohiohi la guerra. Ma se ti trovi dentro, odiala con chiarezza. Lo stesso a raccontarla. E ci vuole lo stesso coraggio. Per dirti di come l’ho scampata devo fare i conti con i miei ricordi. (...)

Tre giorni sono stato interrato nella casa del vinaio di Seui, rasa al suolo da guastatori pisani ubriachi del suo stesso vino, del mio padrone Nanni Pes, chissà che fine ha fatto. Quella notte cercava di salvarsi offrendo vino a botti e a orci pieni, a garganella e con bicchieri di corno di cervo di Barbagia, aiutato da un ladro maldestro che lui, povero Nanni Pes, poco prima aveva scoperto a rubare in cantina, e sono giunti assetati gli sgherri di Pisa.

Io, interrato nelle rovine della casa del vinaio di Seui, non sapevo più né giorno né notte né alto né basso. Solo di essere morto, ma col cuore alle orecchie. Non chiedermi di più, su questo. Certe cose riesci a vivere solo se le dimentichi. Altre riesci a vivere solo se le ricordi.

La notte e il giorno dopo, le soldataglie predano e uccidono a casaccio. Chi è colpito, se sopravvive, è pericoloso. Poi, cernita dei capi da macello, risparmio dei capaci di riscatto, del remo di galera, del postribolo e di altre servitù.

Chissà com’è che so che si era alla terza notte di furia pisana. O com’è che la lapide non ha pesato più sulla mia tomba, sognando di sfuggire per una fessura larga un’unghia. Mi sono ritrovato in un pozzo di macerie, all’aria aperta, come avvertito in un sogno da un mio salvatore. Sgusciato fuori con voglia di cibo e di vita, via subito a scampare a guastatori pisani che mi scoprono, come la mala sorte, dietro a me magro e fiacco di mesi di assedio e dei tre giorni d’interro. Corro fino a sparire oltre la luce di una casa in fiamme. Passo la breccia nelle mura sulla porta della darsena. Nel gran cortile dei magazzini del porto al buio inciampo in un morto, in un altro e in un altro. Mi sdraio anch’io tra i morti, sporco di sangue di morto. I pisani frugano e maltrattano i nostri corpi, per magro bottino, poi mi lasciano morto con benedizione di bestemmie pisane.

Io so com’è morire. E se non sono morto, sono il resto di un sogno fatto quella notte. Non tutti i morti sono uguali. Certi morti producono gramigna, altri grano. Un morto come me giova almeno a se stesso, da morto che cammina. E ricorda. E parla. I morti sono fatti di ricordo, se sono ricordati. Io mi ricordo da me, e prima di tutto di essere morto. Se non ci fosse la notte, che ti fa vivere da vivo come tu non vuoi, la trovata sarebbe migliore. La notte non puoi fare il morto, quando nel sonno vivi come tu non vuoi.

Fare il morto può essere il modo migliore di vivere, in contumacia, in permesso dal mondo dei più. Non come uno scampato, non come un imboscato che l’ha fatta franca, ma giusto come un morto. In un mondo così, a volte, a non esistere è lo scampo. Così io però non mi vergogno di tutti i morti male ai quali ho fatto il verso. E non diminuisco il valore di chi è morto, per soffrire di meno. Come i vivi, che si dimenticano di essere vivi, anche i morti si dimenticano di essere morti. E ogni volta ci perdo, sbaglio di più. I guai più grossi li faccio da morto smemorato.

La morte è buona consigliera. A volte diverte questa mia licenza dall’aldilà. È stata una morte improvvisa, la mia. E da allora miglioro, secondo una legge dello Stagno: «Piègati giunco se arriva la piena».

Pubblicato su La Nuova Sardegna