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Il suicidio di Luca, la difesa in aula: il fisiatra Piredda aiutò quel giovane

SASSARI. Luca Scognamillo era un 22enne di Alghero morto suicida nel 2012. Questa tragedia è entrata inaspettatamente nel processo che si sta celebrando davanti al collegio presieduto dal giudice...

SASSARI. Luca Scognamillo era un 22enne di Alghero morto suicida nel 2012. Questa tragedia è entrata inaspettatamente nel processo che si sta celebrando davanti al collegio presieduto dal giudice Mauro Pusceddu (a latere Giulia Tronci e Sergio De Luca) nei confronti di 21 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, abuso d’ufficio, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona. Il ribattezzato caso Alzheimer che, tra gli altri, vede come imputati quattro medici. Al centro dell’inchiesta la Psiconeuroanalisi, una terapia per la cura dell’Alzheimer definita rivoluzionaria dal suo ideatore, il neurologo di Ittiri Giuseppe Dore. Una truffa bella e buona, invece, per il procuratore Gianni Caria che ha chiesto la condanna degli imputati.

Ma, tornando a Luca Scognamillo, il giovane sportivo algherese entrò nel processo attraverso Mario Piredda, fisiatra, accusato di omicidio colposo insieme a Dore e altri due medici. Il procuratore è infatti convinto che in qualche modo Luca sia stato “indotto” a suicidarsi. E lo avrebbe fatto dopo aver frequentato proprio Piredda e Dore. A un certo punto della sua giovane vita da sportivo Luca avvertì infatti un dolore alla spalla e si rivolse al fisiatra. «Ciò che fece Piredda è l’esatto opposto di quello che si dovrebbe fare con un paziente depresso che manifesta intenti suicidiari» la tesi dell’accusa.

Ieri mattina gli avvocati difensori Antonello Pais e Elias Vacca hanno ribadito con forza che «Mario Piredda non ha niente a che vedere con la Psiconeuroanalisi, né può essere considerato responsabile del suicidio di un ex paziente che aveva visto l’ultima volta due mesi prima della sua morte». Un lasso di tempo enorme che rafforzerebbe l’estraneità dell’imputato: «Estraneità – hanno aggiunto i legali – emersa chiaramente dagli atti processuali dello stesso pm». Piredda, quando ci furono i clamorosi arresti, «era un perfetto sconosciuto per la Procura». Il suo nome saltò fuori a distanza di tempo in una intercettazione telefonica nella quale parlava con uno degli indagati della terapia Dore, esprimendo tra l’altro parecchi dubbi in merito. Poi ci fu la morte di Luca Scognamillo che Piredda aveva effettivamente indirizzato alla D’Onofrio, e a Dore, per un consulto. «Io, dipinto come un medico assassino, per aver semplicemente consigliato a un mio paziente di fare una consulenza neurologica» aveva detto il fisiatra durante il suo esame in aula. Quando Luca andò da lui – così raccontò il medico e così hanno ricordato ieri anche i suoi difensori – «aveva un atteggiamento da isolamento, tipico del depresso. Rilevai delle anomalie a livello di comunicazione e pensai che per lui fosse più utile una consulenza psicologica. Presentai il caso alla D’Onofrio. Tutto qui».

Il processo è stato aggiornato a martedì prossimo. (na.co.)

Pubblicato su La Nuova Sardegna