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Il mondo celebra il mito Maradona

Lunghe file alla camera ardente allestita alla Casa Rosada. Papa Francesco gli dedica una storia su Instagram

ROMA. Nella via dei presepi a Napoli ha già le ali di un angelo e mentre tutta Buenos Aires si ferma per salutarlo, il mondo intero piange perché “Dio è morto”. Il giorno dell’addio di Diego Armando Maradona è lungo come la fila ininterrotta che dall’alba ha svegliato la capitale argentina: l’ultimo omaggio alla Casa Rosada dei presidenti si trasforma in un pellegrinaggio laico, la maglia della nazionale, il 10 del Boca Juniors e quello del Napoli sopra il feretro, intorno l’abbraccio di un Paese intero. Che non si rassegna all’idea che il Pibe de oro sia morto.

La gente comune si abbraccia, e dimentica i rivali di sempre: perfino River e Boca uniti nel saluto al più grande, generoso e dannato insieme, morto a 60 anni, veloce ad andarsene come lo era in campo. Ma non sono mancati i momenti di tensione: già all’apertura della camera ardente era dovuta intervenire la polizia con lancio di lacrimogeni per disperdere la folla che si stava accalcando. E nel corso della giornata ci sono stati nuovi scontri, e caos tanto che il feretro è stato spostato per motivi di sicurezza.

Lontano da Buenos Aires si intreccia la catena dell’omaggio e della commozione: anche l’argentino più celebre, Papa Francesco, dopo averlo già ricordato nella preghiera, ha inviato alla famiglia un rosario e una lettera di vicinanza. Ma poi ha voluto celebrare il campione con una storia su Instagram: una foto che li ritrae insieme in un incontro in Vaticano di qualche anno fa.

Tra i media di tutto il mondo che hanno celebrato l’addio al campione c’è anche l’Osservatore Romano: il giornale vaticano ha pubblicato «L’idolo», il racconto della storia della partita di beneficenza giocata su un campo sterrato ad Acerra nel 1985, quando Maradona era appena arrivato al Napoli. E subito aveva mostrato il suo lato generoso. «Hai dato bicchieri d’acqua ai piccoli, Dio ti sorride», l’evangelico saluto delle monache di clausura napoletane.

Messaggi sono arrivati da Macron e dal premier indiano Modi. «È stato l’uomo della gioia» dice Pep Guardiola. Tanta quella portata al suo secondo Paese, l’Italia, e Napoli in particolare. Una città che piange il suo Diego: bengala accesi al San Paolo, lo stadio che ha avuto il privilegio di accoglierne le genialate. E che presto sarà il “Diego Armando Maradona”. «Chiuderemo la pratica entro quindici giorni» assicura il sindaco Luigi De Magistris.

E nella corsa al ricordo ci sono tutti, quelli che gli hanno giocato a fianco e quelli che le prodezze di Maradona le hanno dovute subire. «Ho il rammarico di non aver invertito in nessun modo la rotta della sua vita» dice commosso Ottavio Bianchi, l’allenatore dello scudetto del Napoli. Tra le voci dei “nemici” si fa sentire quella di Peter Shilton, portiere dell’Inghilterra ai Mondiali ’86, che non ha mai perdonato la Mano de Dios, il gol segnato da Maradona con la mano nei quarti di finale di quella Coppa. «Aveva grandezza ma non sportività – dice – il più grande che mi sono trovato di fronte ma non si è mai scusato. Ma sono rattristato nell’apprendere della sua morte in così giovane età. È stato senza dubbio il più grande giocatore che abbia mai affrontato e il mio pensiero va alla sua famiglia».

Una vita sotto i riflettori, nel bene e nel male, dieci figli e una fila di ex con coda al veleno ora sull’eredità, e la morte invece arrivata in solitudine. Maradona è stato stroncato da un edema polmonare e da una crisi cardiaca (così ha certificato l’autopsia). «Non è stato curato bene» l’accusa di Alfredo Cahe, storico medico personale di Maradona, che sarà sepolto nel cimitero Jardin de Bella Vista, dove riposano i genitori Doña Tota, morta nel 2011 e don Diego, scomparso nel 2015.

Per rendergli omaggio le tute bianche usa e getta di medici e infermieri dell’area Covid dell’Istituto Maugeri di Pavia sono state colorate con le strisce bianche e azzurre della nazionale argentina e il numero 10 del Pibe de Oro.

A Napoli il suo erede Diego Jr, riconosciuto ma dopo venti anni di battaglie a colpi di dna, è affranto: «Avevo un rapporto costante con lui, ci sentivamo spesso; ci eravamo parlati subito dopo l’operazione, avevamo fatto un videochiamata. È una notizia che mi ha lasciato senza parole. Mi mancherà, mancheranno le sue risate». Il mondo senza Diego è un pò più triste, è in lacrime, e piange Napoli che da oggi però avrà un angelo in più.

Pubblicato su La Nuova Sardegna