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«Ascoltiamo le città che raccontano»

Maurizio De Giovanni, maestro del giallo partenopeo, spiega la genesi delle sue storie e dei suoi personaggi

Trenta romanzi in tredici anni. Innumerevoli racconti e antologie. Due graphic-novel di successo per la Sergio Bonelli editore. Due acclamate serie televisive per la Rai, e altre due in arrivo nei prossimi mesi. Editoriali e articoli su tanti quotidiani nazionali. Diversi spettacoli teatrali e il primo film in arrivo. Maurizio De Giovanni, classe 1958, arrivato alla scrittura a quasi cinquant’anni dopo un passato da dirigente di banca, ha una produzione simenoniana, che per fortuna dei suoi lettori non pare avere fondo. «Il mio compito è ascoltare le storie che la città racconta, masticarle e metabolizzarle per poi restituirle con la nostra voce» rivela, «Se Napoli è mille colori, è anche milioni di storie. Io ne ho scritte tante, è vero, ma ne ho molte di più di quante riuscirò mai a mettere su carta, perché la gente e il passato della mia città continuano a raccontarmene senza sosta».

Ed è sempre Napoli la costante del suo universo creativo da cui De Giovanni trae linfa ispirativa per tutte le sue storie. Anche l’ultima – solo in ordine di pubblicazione – “Troppo freddo per Settembre”, (Einaudi 18,50 euro), dove torna il personaggio di Gelsomina Settembre, assistente sociale presso il Consultorio Quartieri Spagnoli. In questa nuova indagine “Mina” si occuperà degli invisibili: i vecchi e i bambini che non hanno voce nella nostra società.

I suoi libri sono sempre stati un perfetto bilanciamento di indagine, pietas umana, drammi, forti sentimenti e un velo d’ironia a stemperare la tensione noir. In “Troppo freddo per settembre” sembra però che il suo lato ironico emerga un po’ di più sul resto?

«Sono fermamente convinto che l’ideale per uno scrittore sia avere nel proprio “armadio” virtuale abiti narrativi di colore e pesantezza diversi, per poter utilizzare i toni in maniera da riposarsi e da trovare nuove ispirazioni. La commedia fa parte dell’istinto napoletano, e normalmente la riservavo a personaggi di alleggerimento come Bambinella in Ricciardi, Aragona nei Bastardi e Pardo in Sara. Stavolta ho voluto utilizzare il tono per l’integralità della storia, e devo ammettere di essermi divertito enormemente, pur trattando argomenti di una certa serietà. Del resto, nemo vetat dicere ridendo verum».

L’antagonista più spaventoso in questa storia è forse rappresentato dai “pregiudizi”, non crede?

«La mia città, come è noto, è la più stereotipata del mondo. Non c’è decennio, a volte quinquennio, in cui attraverso un film, un romanzo o un genere musicale si pretende di definire univocamente Napoli, affermando di averne colto la vera, ultima essenza. Ovviamente così non è. Si tratta di un’area metropolitana di oltre tre milioni di abitanti, collocata in un territorio che è il più povero d’Europa, il meridione d’Italia. Un universo, in cui si trova ogni contesto sociale. C’è tutto e il contrario di tutto, insomma. Ciò rende legittimo ogni racconto, è vera la Napoli di Saviano come quella della Ferrante, quella di Martone e quella di Sorrentino, per cui l’unico pregiudizio accettabile è che è sbagliato ogni modo di considerare unico il pensiero su Napoli e sui napoletani. Non c’è pratica più divertente di quella che consente di frantumare i pregiudizi».

Questa trama, come altre delle sue, è nata dall’urgenza di affrontare con la narrativa qualche fatto di cronaca preciso?

«Più che un fatto di cronaca, a fare da ispirazione alla storia è stata una considerazione: non c’è epoca recente in cui due categorie di persone siano state colpevolmente ignorate come in questa: bambini e anziani. Il fatto che normalmente abbiano bisogno di assistenza, che non votino e che non rientrino nelle grandi categorie di consumatori ha progressivamente escluso entrambi dalla grande comunicazione e li ha mostrati come un peso per le categorie produttive. Basti pensare a questo periodo di pandemia: i bambini sono un problema perché non frequentando la scuola impediscono ai genitori di andare al lavoro; gli anziani sono la categoria più fragile, e quindi necessitano di una protezione socialmente onerosa. Invisibili e inascoltati, quindi. Gelsomina Settembre – detta Mina – è un personaggio molto affascinante, tanto bella e generosa quanto conflittuale».

Esordì in alcuni racconti antologici per Sellerio. Come è nato questo personaggio?

«Qualche anno fa Antonio Sellerio, caro amico e splendido editore, mi chiese di partecipare a una sua antologia, di quelle che raccolgono gli autori di quella meravigliosa scuderia attorno al gigantesco Andrea Camilleri. Gli altri potevano ovviamente utilizzare i propri personaggi, Rocco Schiavone, i vecchietti del Bar Lume, Baiamonte, Montalbano: io non potevo usare Ricciardi, Bastardi e Sara perché di proprietà di altri editori. Allora, volendo esserci comunque, pensai di raccontare finalmente in chiave di commedia e di trovarmi un personaggio “irregolare”, fuori dalla filiera investigativa e pronto a fare cose illegali a fin di bene. Pensai perciò a un’assistente sociale, che avesse un fisico inadeguato al ruolo, inserita in un contesto al quale fosse lei stessa inadeguata. Da quel racconto non c’è stato incontro, presentazione o tavola rotonda in cui non spuntasse qualcuno che mi chiedesse: ma di Mina non racconta più niente? Alla fine ne ho scritto, e i lettori ne sono felici».

In quest’ultimo anno il suo impegno come intellettuale che cerca di sensibilizzare su temi di cronaca, su ingiustizie e drammi dimenticati si è consolidato tantissimo. È uno dei pochi autori che non ha paura di esporsi e mettere la faccia nelle battaglie a lei care.

«Ho cominciato a scrivere a quasi cinquant’anni, troppo vecchio per cambiare le mie idee o diventare più diplomatico e per stare attento a quello che dico perché può non convenirmi parlare. Credo peraltro che avere un microfono in mano e un riflettore addosso, quale che sia il motivo, obblighi moralmente a dare voce a chi non ne ha. Viviamo in una società che, grazie anche a certi politici che hanno sdoganato l’odio come opinione legittima, va aumentando sperequazioni, diseguaglianze e ingiustizie. Anche se sono solo uno scrittore credo di dovere a me stesso e ai miei figli dire con chiarezza quello che penso, ogni volta che mi viene esplicitamente richiesto. Detto ciò, non credo che il numero delle copie vendute aumenti o decrementi l’eventuale attenzione del pubblico; ma se così fosse, l’obbligo di dire quello che si ritiene giusto diventerebbe ancora maggiore».

È un momento magico per i suoi personaggi. Quasi tutti hanno o avranno spazio in serie tv in prima serata, targate Rai. Vedremo presto anche Mina sugli schermi?

«Certo che sì. La fiction, per Rai Uno, è stata prodotta da Lucisano ed è interpretata dalla bravissima Serena Rossi, che ricorderete come Mia Martini nel film televisivo che ne ricostruisce la biografia. A seguire, sempre Rai Uno proporrà Ricciardi, interpretato da Lino Guanciale per la regia di Alessandro D’Alatri. E infine sarà presentata sulla stessa rete la terza serie dei Bastardi di Pizzofalcone, con la solita banda capitanata da Alessandro Gassmann».

Tra qualche giorno tornerà in libreria con “Fiori”, la nuova avventura dei suoi “Bastardi”. Può anticiparci qualcosa?

«La primavera, un anziano fioraio ucciso selvaggiamente a percosse. Un uomo amato da tutti, una specie di nonno del quartiere, esperto nel significato dei fiori. Eppure anche un personaggio mite e gentile, apparentemente senza nemici, può catalizzare odio e rancore. In tanti, scoprono i Bastardi, lo volevano morto. E come sempre le vite private dei poliziotti si specchieranno nelle ragioni di questo delitto, e alla fine le cicatrici saranno tante, addosso a tutti. Mi piace raccontare i Bastardi. Spero che questo romanzo non deluda i tanti lettori appassionati delle loro storie».

Pubblicato su La Nuova Sardegna