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«Mamma e nonna sprint, così il virus l’ha portata via»

Lo struggente ricordo di Marisa, morta in ospedale, nelle parole del figlio Simone: «Era una donna inesauribile, ora mi manca vederla giocare con mia figlia»

SASSARI. Non sono solo vite che si spengono: è un filo di progetti spezzati, di sogni svaniti, di energia interrotta. Il covid, per chi non ce la fa, e per le loro famiglie, è un black out inaspettato, un reset di tutto ciò che doveva essere.

«Di mamma ora mi mancano le cose più semplici – dice Simone – Vederla giocare con Emma, la mia bimba di quattro anni. Lei era una super nonna, inesauribile. Mi manca stare lì a guardarla, io un po’ in disparte, lei che la prende in braccio, Emma che ride. Mi manca vedere quell’amore. Era un po’ come guardarmi allo specchio, risentire quel calore di quando eri piccolo».

Marisa Secci aveva 67 anni. Lei e il marito, Mario Nieddu, a metà ottobre avevano contratto il covid. Tosse, febbre, poi perdita d’olfatto. Il 27 ottobre vengono portati in ospedale con una polmonite interstiziale bilaterale. Lui reagisce bene alle terapie, e in due settimane torna a casa. Provato, sofferente, affaticato. Lei resta sola, ricoverata per 50 giorni, tra maschere cpap e il virus che pian piano consuma la fiamma. Un polmone smette di funzionare, viene intubata. Resiste dieci giorni: poi una emorragia celebrale, non più operabile, spegne tutto.

I progetti interrotti: chissà quanti sono in questi mesi che galleggiano nel nulla, nella speranza che qualcuno li riafferri per ricucirli a questo mondo. Come una eredità infinita, un rosario da recitare ancora, da sgranare di madre in figlio.

A Marina quest’immagine sarebbe piaciuta: lei collezionista infaticabile di rosari preziosissimi, aveva risucchiato il marito in questa passione. Lui, più introverso e pacato, si faceva travolgere volentieri da questo uragano di vitalità. Insieme avevano creato un sito: www.rosaridascoprire.it, che in fondo racconta il loro amore. I loro viaggi, la voglia di assaporare le cose belle della vita.

«L’altra cosa che mi manca è vedere mamma contenta nel suo mondo di cultura, di idee e di scoperte. A noi a volte sembravano cose strampalate, irrealizzabili. Ma poi prendevano sempre forma».

Come una laurea conseguita a 65 anni, la conoscenza del cinese, lo studio dell’inglese, e un libro scritto con dedizione e cocciutaggine, “Piccoli cosmi da scoprire”. E poi un secondo libro praticamente finito, giusto qualche piccola limatura, custodito nell’hard disk del pc.

Quanto sbaglia chi pensa che il covid si porti via una generazione al capolinea.

«Mamma era sana, non aveva malattie pregresse, era piena di passioni, era felice, aveva tantissimo da dare. Mancherà più di tutto quel pizzico di coraggio che infondeva dava a tutti noi per affrontare ogni sfida, anche quella più difficile».

Simone Nieddu ha 30 anni, e il covid gli è passato sopra come uno schiacciasassi. «Ci siamo ammalati tutti insieme. Io, mamma, papà. Siamo stati attentissimi, precauzioni, distanze, mascherine. Non abbiamo mai sottovalutato la pericolosità della pandemia. Eppure il virus è entrato a casa nostra, ci ha distrutto la vita. Mio padre ha 71 anni, ma sembra invecchiato improvvisamente di dieci. Lo ho visto sempre forte, e ora senza mamma sembra così indifeso. Provi una sensazione strana, ti senti tu per una volta a dover fare da padre».

La paura di morire, e di andarsene nel modo più terribile, soli anche nell’ultimo respiro, lascia un solco più profondo nel virus stesso. Le cicatrici sono evidenziate nelle ultime lastre ai polmoni, ma le altre ferite, quelle all’anima, nessuna tomografia assiale può riconoscerle.

«Mi mancano le telefonate quotidiane. Il banale, ciao Mà, come stai, detto al rientro dal lavoro». È il metronomo delle piccole carezze, dei piccoli gesti quotidiani, che smette di scandire il suo ritmo rassicurante.

«Quando mamma era ricoverata ci sentivamo solo per messaggio. Aveva il casco, poteva solo scrivere. L’ultima cosa che mi ha detto è stata: figlio mio, che bello sarà riabbracciarti presto. Quell’abbraccio non lo avrò mai, e mi resterà per sempre la tristezza di non averla salutata stringendola forte».

Pubblicato su La Nuova Sardegna