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Cherchi ci lascia un vino che è identità sarda

Il Cagnulari dopo la morte dell’uomo che lo ha riscoperto Cella: «Usini come Bordeaux». Parpinello: «Ma non è facile da esportare». Dessanti: «Perfetto con l’agnello»

Qual è lo stato di salute del Cagnulari? Una domanda che molti si sono posti dopo la morte di zio Billia Cherchi, il visionario che più di ogni altro ha creduto nel vino simbolo di Usini. Un vino caduto nell'oblio e che il vignaiolo di Usini ha fatto rinascere e che ora molti producono. Ma perché questo vino è stato dimenticato per molti anni? La risposta è semplice. L'uva Cagnulari non è facilmente addomesticabile. È capricciosa e a seconda di come la coltivi rischi di perderla. «Se il terreno scelto è argilloso – dice il viticultore Francesco Fiori – la eccessiva presenza di azoto porta alla produzione di grappoli i cui acini tendono a spaccarsi e l'uva marcisce. Se il terreno è a base di calcare le cose vanno meglio. Ma anche in questo caso non si tratta di lavorazioni semplici. Io lavoro il Cagnulari in purezza, molti invece fanno dei tagli». E allora, perché produrre un vino così bizzarro? «Perché è un vino molto buono e longevo – risponde Fiori – forse superiore al Nebbiolo. Ha un colore fantastico e chi lo assaggia se lo ricorda per tutta la vita». «Finalmente abbiamo trovato un'alternativa al Cannonau – dice Roberto Dessanti, presidente regionale dell'Ais –. Questo vino colma una lacuna. È anche vero che il Cagnulari è un vino scorbutico, ma nell'abbinamento con l'agnello sardo arrosto è perfetto. Agnello e Cagnulari potrebbe essere il binomio perfetto dell'identità sarda a tavola. Anche dal punto di vista promozionale, insomma, vedo un grande futuro per questo vino».

Eppure c'è chi negli ultimi tempi il Cagnulari lo ha espiantato. «Non perchè non ci crediamo – dice Mario Peretto, presidente della Cantina di Santa Maria La Palma – ma perché stiamo specializzando i nostri vigneti in base alla vocazione di ciascun territorio. Abbiamo individuato nuove zone che si prestano meglio alla coltivazione delle uve. Il Cagnulari è uno dei nostri punti di forza, sia che si tratti della riserva Reconta che della versione classica o dell'Akenta Rosè, a base di Cagnulari».

Ma il Cagnulari è facile da esportare? «Purtroppo no – dice Paolo Parpinello, delle tenute Parpinello di Alghero –. Gli stranieri non riescono neanche a pronunciare il nome, troppo difficile. È vero, però, che chi lo assaggia lo apprezza e lo ama. La nostra azienda, per esempio, ha delle nicchie di amatori sia in Svizzera che in California e nel Regno Unito. Che fare? Occorre potenziare la promozione e la comunicazione».

«I press tour che abbiamo organizzato a Usini e dintorni ci hanno dato buone soddisfazioni – dice Giovanni Antonio Sechi, vicesindaco di Usini e coordinatore regionale delle Città del vino –. Abbiamo fatto assaggiare il vino, illustrato le potenzialità del nostro territorio. Ora dobbiamo proseguire l'azione di promozione. Il nostro Comune è impegnato fortemente in questa missione, ha programmato investimenti e iniziative (compresa la nascita della Casa del Cagnulari) e sono sicuro che gli effetti li vedremo presto». «Senza zio Billia – dice l'enologo Piero Cella – non avremmo un vino prezioso come il Cagnulari. Non ha solo intuito le potenzialità di questo vino, lo ha vinificato in purezza e ha fatto in modo che l'uva venisse coltivata con un criterio gestibile sul piano economico. Zio Billia seguiva la tradizione, sapeva stare a tavola con i grandi chef e ha saputo aprirsi alla ricerca scientifica, collaborando con l'Università con decenni di anticipo rispetto ad altri suoi colleghi. Grazie al Cagnulari potremmo far diventare Usini la Bordeaux del Mediterraneo».

Oggi l'eredità di Cherchi è patrimonio di tutta la Sardegna. Mentre il timone dell'azienda è nelle mani del figlio di Billia, Salvatore. «Mio padre amava ripetere – dice – che chi conosce il Cagnulari se ne innamora e non lo abbandona più».

Pubblicato su La Nuova Sardegna