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Mosè, una vita al limite e il mistero delle ultime ore

Cao aveva diversi precedenti legati allo spaccio, una pista per gli inquirenti

LOTZORAI. Che l’ambiente in cui per anni si è mosso Mosè Cao fosse il sottobosco criminale che sta attorno allo spaccio di droga non è un mistero per nessuno. Non lo è neanche per la Procura di Lanusei, che già da settembre indagava sulla scomparsa, immediatamente rubricata come “sequestro di persona”, del 58enne operaio pluripregiudicato di Lotzorai, ritrovato senza vita in un pozzo nelle campagne di Talana. Il procuratore capo dell’ufficio giudiziario ogliastrino conosce bene i trascorsi di Cao. È al corrente della sua pesante condanna a 13 anni nel processo per l’operazione Aurora, operazione relativa a un traffico internazionale di sostanze stupefacenti tra Ogliastra, Albania, Puglia e Olanda. Sa anche che, nei suoi confronti, sono pendenti altri procedimenti per reati analoghi. L’ultima operazione antidroga che lo ha visto coinvolto è la Point break del 2017 preceduta pochi mesi prima dalla Dirty fish. Ovvio, quindi, che in quell’ambiente si siano appuntati i primi sospetti degli investigatori.

Tuttavia, pur privilegiando questa pista, la Procura non tralascia nessun’altra ipotesi. Anzi, il mistero sulla scomparsa e sulla (quasi) certa fine cruenta dell’operaio, per stessa ammissione del procuratore di Lanusei, è sempre più fitto. «Allo stato attuale non possiamo dire con certezza in quale contesto è maturata questa vicenda», sottolinea Mazzeo che non nasconde le difficoltà incontrate dal suo ufficio a dare un nome e un volto a chi è stato visto con l’operaio poco prima della sua scomparsa, avvenuta nella serata del 18 settembre. Proprio sull’ultimo appuntamento di Mosè Cao rimane, infatti, un enorme punto interrogativo. L’uomo che ha accompagnato l’operaio ad un incontro fissato all’uscita di Tortolì, sentito dagli inquirenti a sommaria informazione, ha raccontato di averlo lasciato in una zona appena fuori la cittadina e di aver fatto ritorno a casa. «Cao dopo aver trascorso il sabato pomeriggio con la sua fidanzata si è fatto accompagnare da un suo amico ad un appuntamento. Questa persona – spiega il magistrato – è stata sentita più volte ma non ha saputo fornire indicazioni utili sull’identità degli uomini persone che lo attendevano».

La pista investigativa, seguita dapprima per il rapimento e ora ritenuta fondamentale anche per dare un nome un volto agli assassini, si blocca in quel preciso momento. «Non sappiamo chi siano. Non avendo questa informazione – osserva Mazzeo – è difficile individuare il contesto nel quale è maturata questa terribile vicenda. Propendiamo per un delitto avvenuto nell’ambiente legato allo spaccio di droga ma non escludiamo nulla. Potrebbero esserci di mezzo questioni personali». Chi sono gli uomini incontrati da Cao? Sono forse legati alle frequentazioni pericolose nell’ambiente della droga, mondo con il quale, almeno sino a pochi anni fa lo scomparso tesseva rapporti strettissimi? E, soprattutto, che ruolo hanno avuto nella sparizione e nella morte dell’uomo? Se, come appare certo, gli esami del medico legale Matteo Nioi, incaricato dalla pm Giovanna Morra, confermassero che il cadavere è quello di Cao allora è facile ipotizzare che sia stato ucciso il giorno stesso della sua scomparsa. Ma dove? E perché, chi ha fatto sparire il corpo, lo ha fatto in una zona, quella delle campagne lungo la provinciale 56 che collega Lotzorai a Talana, battute da cacciatori e cercatori di funghi? La risoluzione del delitto del pozzo passa per le risposte a questi interrogativi. Ai quali non sarà facile dare una risposta. «Le indagini – è la lapidaria conclusione del procuratore capo – si preannunciano complesse».

Pubblicato su La Nuova Sardegna