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Caso Erittu, i pm impugnano la sentenza

La Procura generale ricorre in Appello contro l’assoluzione dei 5 imputati: «Il detenuto non si suicidò, fu ammazzato»

SASSARI. «Il detenuto Marco Erittu non si è suicidato, è stato ucciso». Forti di questa convinzione i pubblici ministeri Sergio De Nicola e Gian Carlo Moi – rispettivamente sostituti procuratori della Procura generale nella sezione distaccata di Sassari e alla corte d’appello di Cagliari – hanno presentato appello contro la sentenza della corte d’assise di Sassari emessa il 23 giugno 2014 con la quale erano stati assolti dall’omicidio in concorso (per non aver commesso il fatto) gli imputati Giuseppe Vandi, Nicolino Pinna e Mario Sanna e dall’accusa di favoreggiamento (sempre in relazione all’omicidio Erittu) gli altri due imputati Giuseppe Sotgiu e Gianfranco Faedda. Il pm Giovanni Porcheddu aveva chiesto l’ergastolo per i primi tre e una condanna a quattro anni per gli altri.

L’appello. I due sostituti procuratori ricostruiscono e ripercorrono nella richiesta d’appello ogni tappa del processo di primo grado: perizie, testimonianze, comparazioni scientifiche. Ne evidenziano falle, contraddizioni, incongruenze. E al termine delle 244 pagine chiedono alla corte d’assise d’appello di Sassari di accogliere la loro impugnazione e di «disporre la parziale rinnovazione del dibattimento mediante l’espletamento di un’altra perizia medico legale sulla causa della morte e un accertamento tecnico sulla striscia di coperta in sequestro per la ricerca di tracce biologiche e l’estrazione del Dna per l’attribuzione alla vittima». Chiedono quindi ai giudici di «riformare la sentenza e per l’effetto dichiarare penalmente responsabili gli imputati».

La storia. Si sta parlando del caso Erittu, il detenuto trovato morto nella sua cella dell’ex carcere di San Sebastiano il 18 novembre del 2007. Caso inizialmente archiviato come suicidio e poi riaperto in seguito alle dichiarazioni del pentito Giuseppe Bigella che si era autoaccusato del delitto (è stato giudicato e condannato separatamente) chiamando in correità gli altri imputati. La corte d’assise aveva assolto tutti e nelle motivazioni della sentenza era stato chiaramente evidenziato: «L’istruttoria dibattimentale non ha consentito di acquisire, oltre alle dichiarazioni auto ed etero accusatorie di Bigella, elementi idonei dotati di un minimo di certezza tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu sia da ricondurre a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nelle prime indagini del 2007». Sempre nelle motivazioni i giudici si soffermavano sulla causa della morte e in particolare sulle «diverse e contrastanti opinioni dei consulenti» di accusa e difesa «che hanno un limite in comune: hanno effettuato le loro valutazioni sulla base del corredo fotografico effettuato in sede di autopsia e quindi non sulla scorta di una osservazione diretta del corpo della vittima».

I dubbi della Procura generale. Ma la Procura generale della Corte d’appello di Cagliari ha più di un dubbio in merito agli stessi elementi. Scrivono, De Nicola e Moi: «Si parla di un detenuto rinchiuso in una cella liscia (singola e priva di suppellettili) che poche ore dopo è stato rinvenuto privo di vita per una causa mortis pacificamente non naturale (asfissia meccanica primitiva violenta) e che presentava al collo una striscia di coperta non agganciata ad alcun appiglio fisso (ma semplicemente poggiata all’asta della spalliera del letto) e che il dibattimento ha accertato non provenire dalle coperte presenti in cella». Circostanze, queste, che «escludono in radice la possibilità che sia stato il detenuto a “costruirla” e a usarla contro di sè (e quindi il fatto stesso del suicidio) e rendono palese la natura omicidiaria dell’evento, in piena conformità con le dichiarazioni di Giuseppe Bigella che ha confessato di aver personalmente ucciso Erittu su mandato di Giuseppe Vandi oltre che con la collaborazione di Nicolino Pinna al quale spettava il compito di simulare un suicidio) e del poliziotto penitenziario Mario Sanna (che ha reso possibile l’ingresso in cella). Circostanze che rendono del tutto inaccettabili le conclusioni della sentenza circa la natura suicidiaria del decesso».

Critiche al perito Avato. Contestano, tra le altre cose, le conclusioni cui era arrivato il perito Avato e in particolare le sue valutazioni sulla striscia di coperta: «La logica di Avato segue regole proprie – scrivono i due pubblici ministeri – ed è certamente distante dalla regola che vige in ogni processo: quella che ritiene imprescindibile per discernere tra responsabilità e innocenza, tra omicidio o suicidio o omicidio camuffato da suicidio, basarsi essenzialmente sui (veri) dati circostanziali che caratterizzano il caso concreto e la scena del crimine».

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Pubblicato su La Nuova Sardegna