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“Il sentiero dei passi pericolosi” conclude con successo “Inscena-T”

ALGHERO. Con la messa in scena, domenica al Civico di Alghero, del “Sentiero dei passi pericolosi”, produzione Spazio-T, s’è conclusa la seconda edizione di Inscena-T, curata dallo stesso gruppo...

ALGHERO. Con la messa in scena, domenica al Civico di Alghero, del “Sentiero dei passi pericolosi”, produzione Spazio-T, s’è conclusa la seconda edizione di Inscena-T, curata dallo stesso gruppo teatrale algherese. Rassegna interessante a partire dalla scelta del testo: il dramma di Michel Marc Bouchard, notevole autore teatrale quebecchese, ha infatti tutte le carte in regola, quanto a ritmo e intensità emotiva – nonché una certa problematicità dialettica – per avvincere il lettore. E, a maggior ragione, lo spettatore, qualora il testo si avvalga di attori efficaci e ben diretti: cosa che è, in effetti, il nostro caso.

La trama è rapidamente sintetizzabile. Tre fratelli, Carl (Maurizio Pulina), Victor (Antonio Luvinetti) e Ambroise (Fulvio Accogli) hanno un incidente stradale nei pressi del fiume in cui il padre, anni prima, morì in circostanze misteriose. Carl, poche ore dopo, avrebbe dovuto sposarsi; ora brancola assieme ai due fratelli maggiori in un bosco che appare loro, al contempo, familiare e sconosciuto: segnale, questo, assieme a una ripetizione circolare di situazioni sceniche, d’un grave sentore di morte. Già i tre personaggi s’erano presentati in scena allineati di fronte – e di lato, dirò perché – al pubblico, mentre, sgranando un rosario, declamavano all’unisono una nenia, che scopriremo poi essere una delle tante poesie che il padre, bardo ubriacone, scriveva per loro. Nulla di naturalistico nella messa in scena, laboriosamente concepita e progettata da Chiara Murru, che non a caso ha valso allo spettacolo, nel 2012, il premio come miglior regia al Roma Fringe Festival. Prendiamo le luci (di Tony Grandi): tagli che si alternano a sorgenti anteriori o posteriori che a tratti virano verso la platea, lasciando in ombra il palco, che spesso si ammanta d’un solo flebile blu, di una notte potenzialmente interminabile; oppure, ancor più, il contatto tra palco e platea, uniti da una scala, col proscenio che, in sostanza, non è quello di fronte al pubblico, ma piuttosto un lungo corridoio che attraversa tutta la sala e s’innalza, poi, sino alla quinta parete. E, di conseguenza, l’abolizione della quarta, che si sdoppia nelle pareti laterali, dalle quali il pubblico s’affaccia – come ai lati d’una bara, in una camera mortuaria – sulla vita in morte dei tre fratelli: prova ne sia, lo accennavo, la presenza sul palco di due file laterali di spettatori (e la regista ci conferma, alla fine dello spettacolo, che la scena sarebbe pensata per una soluzione simile, col pubblico ai lati).

Cosa fanno, chiusi in quel loro limbo, i tre? Ciò che in vita non hanno mai fatto: si abbracciano e si dicono verità più sanguinose delle lamiere da cui son stati feriti e uccisi.

Pubblicato su La Nuova Sardegna