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Morto Pasquale Barra uno dei macellai di Turatello a Nuoro

Nella mala era chiamato ’O animale per la sua ferocia. A Badu ’e carros nel 1981 il massacro del boss milanese

L’aria era immobile in quel torrido 17 agosto del 1981. Ferma e densa di umidità. Il sole picchiava sui muri del carcere di Badu ’e carros e il calore restava imprigionato nel cemento. Come un rancore. Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo” passeggiava in uno dei piccoli cortili blindati di quel carcere di massima sicurezza voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa dove convivevano i capi del terrorismo rosso e i boss del gotha criminale nazionale. Turatello aveva raggiunto i vertici della malavita milanese dopo una lunga serie di rapine e sequestri con la banda dei marsigliesi capeggiata da Albert Bergamelli. L’unico a proiettare ombre sulla sua leadership criminale era stato un giovane irriverente e feroce che guidava la banda della Comasina: Renato Vallanzasca.

Ma dopo una guerra sanguinosa i due avevano siglato la pace, dividendosi Milano. E Turatello era addirittura diventato il testimone di nozze dell’ex nemico quando il bel René nel 1979 si era sposato con Giuliana Brusa.

“Faccia d’angelo” quel pomeriggio di agosto del 1981 era tranquillo. Da quel bunker di cemento in Barbagia continuava a dirigere i suoi affari sporchi a Milano e in prigione si sentiva sicuro e protetto dal suo immenso carisma e dalla sua arroganza. Amava il suo ruolo di capo e mostrava a tutti con orgoglio quel tatuaggio sulla coscia: «Dio dei ladri, uccidimi prima che io canti». Non sospettò nulla, perciò, quando vide avvicinarsi Salvatore Maltese sorridente. Una stretta di mano, qualche battuta. Dietro di lui, però, si erano avvicinati silenziosi come ombre altri tre uomini: Antonino Faro, Vincenzo Andraous e Pasquale Barra. Maltese racconterà in corte d’assise il 12 dicembre 1985: «Il pomeriggio del 17 agosto 1981 sono sceso in cortile per il passeggio e sono andato nel gabinetto. Avevo addosso due coltelli, uno l'ho tenuto con me, l'altro l'ho lasciato nella latrina. Poi feci un segnale a Faro, per dirgli del coltello che avevo nascosto per lui. In quel momento, nel cortile della prigione c'era Turatello e io mi sono messo al suo fianco, a passeggiare. Andraous si è avvicinato e mi ha detto: “Puoi cominciare”. Io ho preso il coltello e ho cominciato a colpire».

Turatello è sorpreso, non reagisce. Sente quelle lame che entrano sussurrando nel suo corpo e capisce subito che per lui è finita: non più Dom Perignon e aragosta in cella, non più il sogno di tornare nelle sue bische milanesi circondato da belle donne. Abbassa lo sguardo e vede sbocciare sul suo ventre un immenso fiore vermiglio di carne: sono le sue viscere. Non cerca di ripararsi, di difendersi da quei fendenti terribili. Riesce solo a mormorare “Dio mio no, Dio mio no” mentre cerca disperatamente di rimettersi l’intestino nel ventre. Come se quel gesto goffo e disperato possa arrestare la morte. Poi, vede come un lampo davanti agli occhi e sente la lama di un coltello penetrargli nel collo cercando la giugulare. La vista si annebbia e cade, mentre sente l’odore caldo del suo sangue e la puzza acre del sudore dei suoi boia.

Non è finita. Gli altri detenuti e le guardie assistono al rito selvaggio della profanazione del cadavere di Turatello. Barra, Andraous, Faro e Maltese continuano a colpire. Pasquale Barra, ’O animale, strappa il cuore di “faccia d’angelo” e lo morde. È il messaggio per tutti: Turatello non deve essere solo ucciso, ma anche umiliato. Perché con lui muoia perfino il suo mito.

Dopo due giorni il corpo di Turatello partirà per Milano dentro una lussuosa bara intarsiata dell’agenzia funebre Duomo. La stessa che aveva curato in gran segreto il trasporto della salma di Evita Peron.

Resta una domanda: chi ordinò ai quattro macellai quello scempio? Maltese dirà ai giudici: «Turatello doveva morire perché la mafia catanese di Epaminonda e camorristi di Cutolo volevano spartirsi Milano».

Pubblicato su La Nuova Sardegna