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Due preti, un commissario, uno strano paese

Porto Torres, dalla Compagnia Teatro Sassari l’omaggio a Leonardo Sole con l’inedito “In ginocchio” e “Il grido dell’erba”

PORTO TORRES. C'era un noir nel cassetto di Leonardo Sole. "In ginocchio" è un testo teatrale cupo e fascinoso che il grande linguista e commediografo aveva tenuto inedito sino alla sua morte avvenuta un anno fa.

La Compagnia Teatro Sassari lo ha presentato, sabato (con replica ieri sera), al Parodi di Porto Torres - con l'avvincente regia di Marco Spiga - in una serata dedicata allo scrittore sardo.

In apertura "Il grido dell'erba", tra le opere più note di Sole. Il monologo rappresentato per la prima volta nel 1993, è stato riproposto con la regia originale di Giampiero Cubeddu e nell'interpretazione di Teresa Soro, decisa e coinvolgente in un testo trascinante ma tanto difficile da rendere in una lingua rigidamente ritmica che Sole collocò in una terra di mezzo tra sardo e italiano. E' la storia di uno stupro raccontata a giudici invisibili che appaiono nella forma di fasci di luce.

A ogni silenziosa domanda Teresa Soro risponde in un linguaggio vocale e gestuale sapientemente volgare e insieme raffinatamente erotico. E il pubblico, sedotto dalla straordinaria prova dell'attrice, percepisce tra i toni aspri della violenza il sapore dolce di una pietà condivisa tra perseguitati.

E poi l'attesa opera postuma di Sole. "In ginocchio" è un vero e proprio noir ordinato in una impeccabile struttura drammaturgica. Se fosse per il plot sarebbe meglio dire "giallo": ci sono delitto, indagini e un impensabile colpevole. Ma nel giallo l'ambientazione è un contesto turbato dal delitto e riportato alla normalità dal disvelamento finale.

Nel noir il delitto è l'espressione stessa del contesto intriso di male. Trovare alla fine il colpevole potrà quindi restituire un po' di pace al commissario, ma nulla cambierà nell'oscuro paese, vicino a Sassari e al mare, prigioniero di una bolla di spazio e di tempo dove la religione è il pervasivo miasma che possiede ogni abitante, dove pregare significa soffrire, perché - spiega una protagonista - «senza sofferenza non vale».

Il commissario è Alfredo Ruscitto, in una delle sue più significative prove di attore di talento, combattuto tra la seduzione e il disgusto per quel cupo microcosmo. Il confronto è con un grande interprete, Mario Lubino, il prete don Peppino, anch'egli in bilico tra commentatore scanzonato di quella realtà e potenziale sua vittima.

Ma se in una lettura formale del dramma i protagonisti sono questi due, nella regia di Marco Spiga non ci sono personaggi principali e ruoli secondari.

Il motivo conduttore è quello del coro, reso anche nelle efficaci e oniriche soluzioni sceniche (scolpite dalle luci di Marcello Cubeddu), dove ogni eroe compone una collana di pietre di uguale grandezza ma di eterogenei colori. Così lo ieratico e tirannico don Nurchis reso alla perfezione da Paolo Colorito e il pastore Totoi (il bravo Ignazio Chessa); le tre donne di evocazione lirica, tre baccanti invasate dalla religiosità distorta che pervade il paese: Nicolosa, bravissima e fiera Alessandra Spiga; Marta la pazza, ottima prova di Margherita Nurra; e Rosa, vittima selvaggia affidata alla brava Antonietta Toschi Pilo.

Pubblicato su La Nuova Sardegna