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Stazzo degli orrori, in due a processo

Il gup ha rinviato a giudizio i marocchini Jalal Hassissou e Soufyane El Khedar accusati di aver massacrato la giovane

ARZACHENA. Saranno processati davanti alla Corte d’Assise di Sassari, Jalal Hassissou, 40 anni, e Soufyane El Khedar, 36 anni, i due marocchini accusati di aver massacrato di botte e ucciso la loro connazionale Zeneb Badir, 34 anni, madre di tre figli. Così ha deciso il gup del tribunale di Tempio Caterina Interlandi che ieri li ha rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi. La prima udienza si terrà il 24 giugno. Davanti ai giudici della Corte d’Assise, Jalal Hassissou, difeso dall’avvocato Cristina Cherchi, e Soufyane El Khedar, assistito dall’avvocato Agostinangelo Marras, dovranno difendersi dall’accusa di aver pestato selvaggiamente la donna, fino a provocarle la morte. Zeneb Badir era morta il giorno successivo al massacro in un letto dell’ospedale di Olbia, dopo ore di agonia. Quand’era arrivata era già in coma. E non si è più risvegliata.

L’udienza preliminare. I difensori hanno chiesto al giudice il non luogo a procedere per i loro assistiti. L’avvocato Cherchi ha invitato il pubblico ministero a derubricare il capo d’imputazione da omicidio volontario in preteritenzionale. Ma pm e giudice non hanno acconsentito. A quel punto la decisione è stata quella di discutere il procedimento senza il rito abbreviato. A conclusione della camera di consiglio, il gup ha rinviato a giudizio i due marocchini, accogliendo anche le motivazioni del procuratore Gregorio Capasso, il quale ha fondato la richiesta di rinvio a giudizio oltre che sulle indagini, anche sugli accertamenti tecnici effettuati dal Ris e sull’ordinanza del Tribunale della libertà di Sassari che ha confermato l’impianto accusatorio.

I confidenti. Ad avvalorare ulteriormente l’accusa, spunta ora anche una lettera scritta da due detenuti rinchiusi nel carcere di Oristano e di Bancali (dove si trovano i due presunti assassini), anche loro di nazionalità marocchina, già sentiti a sommarie informazioni, i quali hanno riferito di aver raccolto le confidenze dei due arrestati che ammettevano le loro colpe.

Il femminicidio. L’omicidio di Zeneb Badir era stato risolto in poche ore dai carabinieri di Olbia e Arzachena, coordinati dal colonnello Alberto Cicognani. La donna, separata da poco, e madre di tre bimbi di 7, 9 e 14 anni, era rimasta vittima di una violenza animale consumata in una casa di campagna, “Lu stazzu di calcinaiu”, a Baia Sardinia, dove alloggiava temporaneamente insieme ai due connazionali (dalle indagini è emerso che aveva una relazione con Jalal Hassissou). Era il 23 luglio 2018. Secondo la Procura, lera stata massacrata di botte per ore: presa a calci e pugni in volto ripetutamente, afferrata per i capelli e sbattuta violentemente contro il water e il lavandino del bagno. Carnefici e vittima, erano sotto gli effetti della cocaina. Zeneb era morta in ospedale il giorno dopo il pestaggio, dopo essere entrata in coma irreversibile. A causare il decesso, le profonde lesioni alla testa che avevano provocato un’emorragia cerebrale. La perizia medico legale disposta dalla Procura ha escluso la violenza sessuale. Erano stati gli stessi presunti aguzzini a portarla alla guardia medica di Arzachena, da dove, viste le gravissime condizioni, era stata trasportata dal 118 all’ospedale di Olbia. Ai medici e ai carabinieri intervenuti dopo la segnalazione del pronto soccorso, avevano raccontato che era caduta. Ma quella versione non aveva convinto i militari. Che avevano messo sotto torchio i due. Alla fine Soufyane El Khedar era crollato. Aveva raccontato tutto. Ma ha sempre negato di aver partecipato al massacro.

I figli della vittima, che al momento si trovano in una comunità, ad Arzachena, si sono costituti parte civile con l’avvocato Damaso Ragnedda che ha ricevuto l’incarico dal marito di Zeneb.

Pubblicato su La Nuova Sardegna