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«La morte di Massimo è stata una tragica fatalità»

Bari Sardo, folla ai funerali del fabbro 43enne deceduto dopo una lite Il parroco don Matta si rivolge ai familiari e invita al perdono e alla pace

BARI SARDO. Nel giorno dei funerali di Massimo Piroddi il cielo sopra Bari Sardo è cupo. Cupo come l’animo dei suoi abitanti che si sono riuniti per salutare il fabbro, morto venerdì notte a 43 anni dopo aver sbattuto violentemente il capo sul selciato in seguito a una lite con Daniel Loi, un 19enne del paese. Neanche la pioggerellina, caduta insistentemente nel pomeriggio, serve a spazzare via la cappa di dolore che da quella notte, la notte dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio, attanaglia un’intera comunità ancora attonita per la tragedia. Attoniti sono i volontari dell’Ekoclub. Con indosso la loro divisa gialla e blu attendono che la bara di legno chiaro ricoperta di rose bianche e gialle arrivi sul sagrato della chiesa di Nostra Signora di Monserrato per poggiare la maglietta arancione e l’attestato che Massimo, impegnato nell’associazione di protezione civile, non aveva fatto in tempo a ritirare. Agli attoniti familiari, in particolare alla madre Lavinia Pisanu si rivolge il parroco del paese, don Giampaolo Matta, invitandoli, nella sua omelia, al perdono e alla pace. «Non è un compito semplice trovare le parole giuste per consolare un dolore così lacerante» esordisce dall’altare il sacerdote mentre la donna, che un anno e mezzo fa ha perso il marito, piange accanto al nipote adolescente. Il ragazzino, l’unico figlio di Massimo, intanto stringe la mani della zia. Ha lo sguardo basso, quasi perso nel vuoto. Sua madre, dalla quale Piroddi si era separato tempo addietro, siede qualche fila più indietro. «Cara Lavinia – dice ancora don Matta – so bene, perché la mia famiglia ha vissuto una tragedia analoga, cosa significa l’angoscia per questa tragica fatalità». Parla di tragica fatalità il giovane sacerdote che indossa i paramenti viola del lutto e invita i familiari a trovare la forza nella fede. «Niente e nessuno su questa terra vi può consolare. Ma so per esperienza personale, che accostarsi a Cristo, che ha perdonato e amato, vi aiuterà a offrire il dono della pace e del perdono. Prego il Signore che vi dia questa forza». Un pensiero e un invito il giovane parroco lo rivolge alla comunità bariese, riunita in chiesa anche per le esequie di un altro compaesano. «È giusto ritrovarsi in questo momento di tristezza per sostenere la famiglia ma è necessario fare una riflessione: noi tutti siamo coinvolti in ciò che accade nella nostra comunità. Questa tristezza – conclude – ci sconvolge perché non capiamo ma, senza giudicare nessuno, dobbiamo decidere come stare insieme e trovare le ragioni per costruire una comunità capace di venirsi incontro, nella pace e nel perdono». La messa si avvia a conclusione. I componenti della confraternita del Rosario si accostano alle bare mentre don Matta impartisce la benedizione e spande l’incenso. Fuori c’è un paese intero che aspetta di seguire il feretro per raggiungere il cimitero. Una famiglia distrutta dal dolore saluta per sempre il suo congiunto, un’altra soffre in solitudine nelle quattro mura di casa. È la famiglia di Daniel, il giovane poco più che adolescente sul quale pende la pesante accusa dell’omicidio preterintenzionale del compaesano.

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Pubblicato su La Nuova Sardegna